Che paura la laparoscopia!

La ricerca di una gravidanza che non arriva è spesso un percorso doloroso costellato di fallimenti e speranze tradite. Eppure, nonostante la complessità del problema, attualmente, grazie all’evoluzione delle tecniche, almeno l’80% delle coppie infertili riesce a ottenere la tanto sospirata gravidanza. Per raggiungere questo risultato è però necessario seguire un iter diagnostico terapeutico essenziale, rigoroso e completo, che deve essere percorso nella sua completezza, evitando comunque inutili perdite di tempo.

Le cause dell’infertilità sono molteplici e spesso multi fattoriali: gli accertamenti di base necessari, però, sono molto pochi:

  1. L’esame del liquido seminale per evidenziare o escludere la frequente eziologia maschile dell’infertilità
  2. Un prelievo di sangue nella seconda metà del ciclo mestruale per valutare la qualità dell’ovulazione e una eventuale iper prolattinemia (v. glossario)
  3. Un esame batteriologico vaginale per escludere infezioni genitali possibile causa di infertilità, con l’aggiunta di un dosaggio degli anticorpi anti-Chlamydia, micro organismo spesso coinvolto nella sterilità tubarica   
  4. Un’ecografia transvaginale, con eventuale studio della cavità uterina in 3D, che consente di avere una raffigurazione molto precisa dell’anatomia dei genitali interni femminili
  5. La valutazione delle tube o salpingi …..   

Spesso, quando lo specialista affronta quest ultimo argomento la paziente risponde: “Le tube sono a posto, ho fatto l’isterosalpingografia (o la salpingografia ecografica)”. Ebbene, purtroppo il discorso non è così semplice, per le seguenti motivazioni:

  1. L’esame radiografico o ecografico della funzionalità tubarica fornisce una diagnosi errata, positiva o negativa, in almeno il 30% dei casi: questo è dovuto al fatto che si tratta di un esame indiretto, che non è in grado di evidenziare la morfologia della salpinge e i suoi rapporti con la pelvi. Ricordiamo che le salpingi non sono dei semplici “tubi” di comunicazione, ma svolgono un ruolo molto attivo nell’afferrare l’uovo e gli spermatozoi e nel trasportare l’uovo fecondato verso l’utero.
  2. Questi esami non sono in grado di evidenziare l’endometriosi (glossario). Questa patologia è presente in circa il 70% delle pazienti infertili. Quando l’endometriosi è in uno stadio avanzato, solitamente determina una sintomatologia clinica ben definita e riconoscibile. Invece, l’endometriosi lieve, nella maggior parte dei casi, non presenta segni soggettivi e obiettivi evidenti, se non una eventuale alterazione di alcun parametri ormonali, comunque non significativi. Ebbene, ormai la grandissima maggioranza degli studi clinici ha dimostrato l’importanza di questa sindrome, anche allo stadio lieve, nella genesi dell’infertilità, e praticamente tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che essa deve essere sempre trattata per migliorare la prognosi dell’infertilità, anche in vista di un programma di fecondazione in vitro, dato che l’endometriosi influenza negativamente i risultati di queste tecniche.

E allora qual è la soluzione? La soluzione è la laparoscopia. Questa procedura, che si effettua in anestesia e consente di osservare direttamente gli organi genitali interni e la pelvi femminile, è l’unica che ci permetta di valutare con precisione la funzionalità delle tube e di porre una diagnosi di endometriosi; inoltre con essa è possibile trattare moltissime patologie pelviche, compresa appunto l’endometriosi. Per questo motivo la laparoscopia è universalmente considerata il “golden standard” di riferimento nella diagnostica dell’infertilità femminile.

Però non tutti gli specialisti consigliano la laparoscopia: perché? L’argomento è delicato. Anche se questa metodica si effettua routinariamente nel mondo da molti anni, per molti rimane ancora un “terreno inesplorato”, non privo di rischi non ben chiariti. Inoltre, proporre un esame da eseguire in anestesia generale, modicamente invasivo, a una paziente può provocare reazioni negative da parte di questa che potrebbero portarla a cambiare medico. Così è molto più tranquillo e rassicurante proporre un “esamino” ambulatoriale e privo di rischi (non è vero: l’esame è spesso molto doloroso e i rischi di infezione non mancano), che “tanto è lo stesso”. E invece non è lo stesso. In epoca pre – FIV-ET, la coppia infertile poteva solo sperare che la sua sterilità non fosse irrisolvibile; per questo motivo lo specialista doveva tranquillizzare i pazienti e infondere la speranza in una soluzione più o meno lontana. Con l’avvento della fecondazione in vitro questo atteggiamento non è più accettabile: la grande maggioranza delle forme di sterilità può essere “aggirata” con la riproduzione assistita, tenendo conto che il fattore più importante nel raggiungimento del risultato è l’età della paziente. Quindi il fattore tempo non è più un’attesa fiduciosa ma un nemico del successo terapeutico. Considerando che l’età media delle donne italiane che ricercano la prima gravidanza si è drammaticamente alzata, per cui ormai la popolazione che frequenta i Centri di PMA è costituita da donne di età ben superiore ai 30 anni, proporre esami che non consentono una diagnosi precisa, significa spesso determinare una inutile perdita di tempo che può risultare fatale in termini di risultato finale (ricordiamo che dopo i 38 anni le probabilità di successo della FIV-ET iniziano a ridursi drasticamente fino a quasi azzerarsi a 42 anni).

È importante ancora precisare che i rischi della laparoscopia, grazie all’affinamento delle tecniche chirurgiche e anestesiologiche, sono ormai vicini allo zero, con un costo – beneficio totalmente favorevole all’esecuzione della procedura.

Ciò detto, confidiamo che le pazienti accettino di buon grado la proposta dello specialista di effettuare una laparoscopia: prima di decidere che non se la sentono di sottoporsi all’esame, siano almeno coscienti che la richiesta ha come unico fine la volontà di offrire loro un mezzo irrinunciabile per ottenere il massimo risultato dal trattamento del loro problema.